Elogio della Multipla

Leggo sul sito de Il Sole 24 Ore che la Fiat Multipla, quella entrata in produzione nel 1998, quella con i fari alti inseriti nel “salsicciotto” sotto il parabrezza, si avvia a diventare un ricercato oggetto da collezione.

Io l’ho avuta per 11 anni (a metano) e me la sono goduta fino alla fine. Poi ho dovuto cambiarla e se fosse stata ancora in produzione probabilmente l’avrei anche ripresa. Purtroppo è rimasta unica, coma la sua progenitrice (la 600 multipla), non ci sono alternative, nessuna vettura in produzione dopo la sua uscita dal catalogo Fiat ne ha colto l’eredità.

Si, oggi ci sono molti modelli a metano ma tutti ti costringono a rinunciare a qualcosa: alcuni modelli sacrificano lo spazio nell’abitacolo o nel bagagliaio, altri sacrificano l’autonomia a benzina, e altri non sono automobili ma furgoni anche se ingentiliti.

Parlando di design, secondo me resta un esempio unico di design automobilistico coraggioso e senza compromessi, forse a suo tempo “sfuggito” ai controlli di marketing che selezionano design mainstream secondo le mode del momento oppure prodotti dal design di compromesso che possono intercettare (senza tuttavia mei poterne soddisfare a pieno le esigenze) un pubblico più vasto.

Infatti già il “restyling” della seconda serie nel 2004 ne riconduceva le linee ad un più anonimo aspetto che, secondo me, ne tardiva la filosofia originaria.

E a questo punto molti mi prenderanno per matto, ma in realtà basta uscire dai limiti dell’automotive design per spostarsi nel campo più ampio del vehicle design.

Occorre uscire dai limiti dell’idea stessa di automobile che ci trasciniamo, più o meno correttamente, dal boom economico (più americano che europeo), dal momento cioè che il design automobilistico ha lasciato il periodo pionieristico prebellico, abbandonando i retaggi dei mezzi a trazione animale, per passare a quello industriale postbellico dove è in effetti riuscito ad intercettare ed interpretare tutte le tensioni culturali di una classe media in espansione ed in cerca di simboli in grado di rappresentarne il nuovo status di classe in veloce ascesa sociale.

Lo stereotipo di automobile è tuttora incarnato da grosse berline lussuose più o meno ipertrofiche potenti oltre ogni razionale necessità e più o meno “sportive”.

Su questo terreno il design automobilistico continua a dare il meglio di se, nel bene e nel male, continuando a proporre oggetti di indubbio fascino (anche se a volte di dubbia razionalità)

Tornando alla Multipla del 1998, credo che per poterla giudicare correttamente occorra fare lo sforzo di uscire da questi canoni: la Multipla è più genericamente un “mezzo di trasporto”, un oggetto che consente spostamenti “famigliari” nel senso quasi domestico del termine, non è una automobile fatta per attraversare lo spazio tra due località nel più breve tempo possibile e per essere ammirata in tutta la sua estetica muscolosità, ma un ambiente in movimento il cui focus è orientato al piacere del viaggio, l’attenzione è verso l’interno di questo ambiente e verso gli occupanti.

Dentro la multipla ci si stava bene, anche se i materiali non erano pregiatissimi e nemmeno il comfort di marcia il più eccelso, anzi era affetto da plastiche scadenti e da una certa rumorosità, però viaggiare “nella” Multipla (e non “con la”) era piacevole come stare nel salotto di casa propria, sia in famiglia che con gli amici con anche la possibilità di lasciarsi coinvolgere dalla percezione dell’ambiente che si stava attraversando.

Insomma una carrozza, un “cocchio” dove era piacevole viaggiare in compagnia fatto più per accorgerti del paesaggio che si stava attraversando che non per essere ammirata o sognata nella sua fugace apparizione.

Disegnata, forse inconsapevolmente, per rendere gradevole (in senso più romantico che razionale) lo spostamento più che per essere un affascinate oggetto del desiderio, un oggetto “romantico”, quindi, più che accattivante.

Per questo secondo me la Multipla con il suo “salsicciotto” sul davanti è rimasta unica, e per questo si è meritata di essere stata esposta al Museum of Modern Art di New York nel 1999 nell’ambito della mostra “Different Roads” come esempio delle nuove (allora) tendenze della motorizzazione di massa.

s.c.m.

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