Contraddizioni

Non credo che coloro che sostengono la politica del “1 vale 1” possano essere in buona fede sostenendo una così evidente contraddizione.

Non ci credo perché se ti presenti come paladino della meritocrazia, non puoi contemporaneamente sostenere la logica della indifferenziazione dei meriti e dei valori.

Meritocrazia per me è: 1 vale esattamente quanto dimostra di meritare.

Proporre la logica egualitaria del 1 vale 1 a tutti i livelli, in particolare in politica, non è meritocrazia e forse in fin dei conti neppure democrazia.

1 vale 1 non è un obiettivo da raggiungere, nella nostra imperfetta e zoppicante democrazia, 1 vale 1 esiste già: quando si partecipa alle elezioni, il mio voto vale tanto quanto quello di qualunque altro cittadino.

1 vale 1 uno quando esercito il mio diritto/dovere di voto.

Poi si potrà discutere della rinuncia al diritto/dovere di voto che a mio avviso non può essere una rinuncia passiva (pena la perdita di qualsiasi possibilità di replica) ma deve essere concretamente motivata ed attivata da altre forme di protesta democratica.

Per tornare alla logica del 1 vale 1, questa secondo me non può essere estesa alla responsabilità di governo. Chi viene delegato al governo non è più soltanto una persona che vale 1 ma ha una precisa responsabilità che gli è stata delegata da tutti gli 1 che lo hanno eletto, e sempre nel nostro imperfetto sistema democratico, si ritrova anche la responsabilità di rappresentare assieme agli 1 che lo hanno eletto anche tutti gli 1 che avrebbero preferito altri. Chi è al governo (ciascuno per la propria carica) non vale più 1 ma molto di più.

Sono fermamente convinto che, verso il basso, ogni singola persona abbia il medesimo valore e che questo significa che certamente ciasc1 deve avere pari diritti e contemporaneamente anche ed immancabilmente ciasc1 ha pari doveri.

Se quindi chi viene eletto al governo rappresenta il valore dei diritti di ciascuno, anche i doveri non sono più solo quelli della singola persona.

Al governo l’ignoranza, la superficialità, l’opportunismo e l’interesse di parte non possono valere tanto quanto la competenza, la serietà, e l’onestà.

Chi viene eletto non vale più 1 ma inevitabilmente molto di più e di questo deve essere in grado di rendersene conto e non deve trarne profitto per sé stesso in quanto singolarità ma semmai per tutta la comunità che è stato chiamato a rappresentare.

Ignoranza ed incompetenza non possono restare al governo.

Emozioni, incontenibili

Nel momento in cui vedo le foto che mi manda Marco dalla Tanzania, dove con la nostra associazione di volontariato stiamo realizzando assieme alla Diocesi di Iringa in impegnativo progetto per dare accesso all’energia alle persone ed alle famiglie che vivono sulle montagne dell’altopiano di Iringa e che testimoniano le prime fasi del montaggio della turbina, il cuore del nostro Progetto idroelettrico integrato; quasi all’improvviso ed in modo inaspettato vengo colto dall’emozione. Una emozione forte che vuole uscire e devo in qualche modo comunicare, condividere; è l’emozione di un ricordo che sale dal profondo, dal cuore: è il ricordo di mio padre, il ricordo di Gianfranco, di quanto si era dedicato a questo progetto negli ultimi anni della sua vita, quanto ne sentisse (ora lo comprendo appieno) la responsabilità e l’impegno.

Impegno nel quale, come sempre, si era dedicato con tutto se stesso, nonostante l’età e la fatica, nel ricordo del suo amico fraterno Edgardo, che proprio lui aveva indicato alla guida di Solidarietà per completare il suo visionario progetto, con lo scopo di dare a chi ne era privo, le medesime opportunità di sviluppo e di miglioramento della propria condizione di vita, che tutte le persone dovrebbero avere in qualsiasi parte del mondo.

Monari aveva iniziato il suo impegno in Tanzania, mosso da una fede profonda radicata ed incontenibile, per un legame di amicizia e di solidarietà con gli amici che avevano condiviso lo slancio fraterno verso le famiglie colpite dal terremoto del Friuli.
Amici, alcuni dei quali religiosi, che successivamente si erano dati missionari in Tanzania a seguito del gemellaggio tra la Diocesi di Bologna e quella di Iringa.
Amici che arrivati in Tanzania, sulle montagne dell’altopiano di Iringa con la responsabilità di allestire dal nulla una comunità, un dispensario ed un minimo di assistenza non solo religiosa, ma umanamente anche sociale e medica, con risorse scarsissime in un luogo dove non era disponibile nulla se non una natura fertile e generosa.
Erano e sono tuttora, montagne bellissime (per chi come lui amava la montagna) ma dove Edgardo, quando cogliendo la richiesta di aiuto dei suoi amici vi si recò le prime volte, restò profondamente colpito, lui medico, professore universitario e attento pediatra, dalla mancanza dei minimi presidi sanitari per far fronte alle più elementari esigenze mediche e sanitarie delle persone e soprattutto dei bambini che numerose popolano quell’altopiano.
Di qui il suo impegno crescente ed il coinvolgimento improntato alla totale gratuità e donazione di tutto se stesso per aiutare i suoi amici e le persone che diventarono anch’esse suoi “rafiki”, amici in lingua Kiswahili; una vita dedicata all’Africa ed in particolare a quelle montagne della Tanzania, coinvolgendo a sua volta gli amici più vicini e quindi anche Gianfranco e Annamaria, i miei genitori.
Ed è a loro e quindi anche al Professor Edgardo Monari che devo la mia educazione alla Solidarietà, alla Cooperazione, senza frontiere, esperienza della condivisione e tutte le opportunità di crescita e di conoscenza che ne sono venute per me e anche per la mia famiglia.

Porto profondamente impressi con affetto ed emozione, i ricordi degli anni passati a fianco di mio papà quando, dopo aver declinato ogni precedente offerta dell’amico Edgardo di seguirlo in Tanzania, si trovò ad esaudire questo desiderio per vincolo di amicizia, dopo la scomparsa dell’amico e la perdita dell’amata Annamaria, iniziando così la sua “avventura” africana che animò di speranze, entusiasmi ed anche delusioni cocenti gli ultimi anni della sua vita.

Sono proprio queste che vedo ora, le immagini che avrei voluto poter guardare assieme a papà.
So che da dove è ora le vede comunque, ma sono io che avrei voluto poterlo guardare ancora una volta negli occhi, e vedere ancora il suo sguardo, e sentire ancora la sua voce, e condividere la sua gioia e la commozione che sicuramente lo avrebbe colto come ora coglie me nello scrivere queste parole; avrei voluto poter vedere come ne avrebbe parlato, certamente con l’entusiasmo di un bambino, ai suoi nipoti.

Io che ho fatto ben poco, se non cogliere le occasioni che mi sono state offerte, grazie ad Edgardo ed ai miei genitori che hanno avuto fiducia in lui e trasmesso a me il loro entusiasmo; ho avuto la possibilità, il piacere, l’onore, oltre che l’orgoglio, di poter partecipare a questa “avventura” di vita.
Ho potuto accompagnare il Prof. Monari, molti anni fa, prima in Friuli assieme a mio papà e mia mamma per aiutarli a costruire le casette in legno per le famiglie che avevano perso ogni cosa nel terremoto; poi ho potuto aiutare come potevo, da studente, Edgardo e mio babbo nello sviluppo dei progetti in Tanzania e proprio grazie a loro ho avuto nel 1984, la possibilità di fare la mia prima esperienza in Tanzania, accompagnato dal professor Monari, assieme ad alcuni amici per fare i rilievi topografici per il primo progetto idroelettrico di Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere, che ha portato alla realizzazione dell’impianto che tuttora alimenta la missione e l’ospedale di Usokami; e infine il più recente coinvolgimento nella realizzazione del Progetto idroelettrico integrato a Madege, immaginato dalla visionaria lungimiranza del Professor Monari assieme ai Padri della Consolata e al Vescovo della Diocesi di Iringa.

Queste foto, che non ho scattato io ma che sento comunque in parte mie, sono dedicate a loro: a Edgardo, a Gianfranco ed anche ad Annamaria, amica, compagna, moglie e madre, che li ha sempre sostenuti anche nei momenti più difficili della loro amicizia:
continuate ad indicarci la strada, cercherò di seguirla come meglio posso.

Grazie !

Stefano

Non è rancore e nemmeno rabbia

Per ora almeno. Certamente è dissenso ! Forte e convinto, non cieco.

Cala il pil, cresce la disoccupazione … non precisamente buone notizie.

A meno degli effetti di un rallentamento generale che va ben oltre i confini nostrani, noi in Italia continuiamo ad essere un passo indietro. Quindi per me casi sono due:

a) è colpa dei governi precedenti; allora significa che questo governo fino ad ora (e ormai è già insediato da un po’) è stato inefficace / ininfluente;

b) il governo attuale è una inefficace ed ininfluente banda di incompetenti, cialtroni superficiali, quando non in malafede.

Il trionfo del l’ignoranza arrogante.

Questa è una mia opinione, ovviamente, ma se un esponente di questo governo può serenamente ricorrere ai “lei non sa chi sono io !” oppure ai “io sono stato eletto” (sottintendendo che in forza di ciò può dire qualsiasi stupidaggine e pretendere che sia legge), potrò ben io continuare a sostenere pubblicamente di non sentirmi minimamente rappresentato da questi signori, anzi di essere in totale disaccordo con loro nel merito e nel metodo delle loro azioni (?) di governo ?

Si certo che posso, anzi, devo.

Continuo a non sentir parlare seriamente e concretamente di istruzione e di educazione (se non per ridicole quanto dannose campagne di disinformazione scientifica), di ambiente (se non per una cacofonia contraddittoria di frasi fatte su termovalorizzatori e terra dei fuochi), di cultura e di valorizzazione, questa si, del nostro patrimonio culturale. E come lo si potrebbe pretendere da cime quali la sig.ra Castelli e il sig. Toni Nelli da un lato e da aspiranti “ducetti” in malafede che proprio sulla ignoranza e sul timore della conoscenza hanno fondato il loro potere politico attuale.

Io non ci sto, e per cortesia amici (e non), non venitemi a dire che allora io preferivo i governi precedenti ! Perchè se allora friggevamo in padella, non significa affatto che mi piaccia ora essere tra le braci. Ormai anche il tempo di “rodaggio” (ammesso che ce lo si fosse mai potuto permettere) è terminato; quindi per favore non chiedetemi nemmeno di dare loro il tempo di lavorare … Perché poi, lavorano ?

Il tempo stringe e a me invece sembra che costoro non stiano facendo nulla di costruttivo, se non dilungarsi in un eterno litigio senza avere la minima cognizione e coscienza di ciò che sia la responsabilità del governo di una Nazione.

Si stanno sdoganando odio, rancore, ignoranza, superficialità e arroganza, quasi fossero valori positivi; si sta, questo si,  facendo di tutto per attizzare le braci in cui questi “eletti” ci stanno gettando.

Quindi no, non mi pare che ci sia nulla da concedere e ancor meno nulla di cui essere soddisfatti od orgogliosi.

Sono disposto a discutere, argomentare, e dialogare per cercare di capire ciò che forse è dovuto a un mio limite, ma ragionando di fatti e discutendo di idee con rispetto e cognizione.

Pretendere che si debba condividere ciò che per me è sciocco e stupido solo perché chi lo chiede è stato eletto (non da me per altro) o perché lo dicono i politicanti di turno (ora come allora), oppure pretendere che si stia zitti aspettando di vedere quello che succederà (rendendosi così complici al pari dei sostenitori) è decisamente scorretto, e secondo me solo un passo prima del pretenderlo con la forza.

Quindi inaccettabile.

Ciò di cui veramente, secondo me, dovremmo avere timore e quindi cercare di arginare con i mezzi che ciascuno ha, è la pigrizia intellettuale di accontentarsi degli slogan, fermandosi comodamente alla superficie dei problemi, la mancanza di curiosità sincera, l’ottusità di appiattirsi su idee altrui facendole proprie in modo acritico solo perché nell’immediato ci pare costino meno fatica, l’arroganza di chi avendo una conoscenza maggiore usa questo divario per alimentare il proprio potere anziché utilizzarla per condividerla a vantaggio proprio e di tutti (visto che è stato chiamato a responsabilità di governo).

S.C.M.

Sviluppo …

Forse la definizione di “paesi in via di sviluppo” è ormai obsoleta e limitante, però probabilmente riesce ancora a rendere l’idea di cosa si stia parlando.

Ed è proprio a questa idea che voglio riferirmi in questa breve riflessione personale a margine di quello di cui si è in parte discusso la settimana scorsa a San Polo d’Enza all’incontro con l’ex Ambasciatore d’Italia e Presidente del Centro Relazioni con l’Africa della Società Geografica Italiana, Paolo Sannella e di cui si disquisisce, spesso a sproposito, nei talk show televisivi (quelle rare volte che si parla dei p.v.s.) e in modo ancora più superficiale sui social media.

Se il tasso di sviluppo dei paesi si misura oggi in termini di aumento del P.I.L. su base annua (è un dato di fatto anche se personalmente sono convinto che sia un parametro limitato e limitante), allora considerando che quello Italiano del 2017 è di +1,5% e quello Tanzaniano è di +6,5% allora si potrebbe semplicemente concludere che la Tanzania corre 4 volte più velocemente dell’Italia.

Schermata 2018-11-26 alle 11.12.24

Ma da dove partiamo noi e da dove partono loro?

Proviamo a vedere le cose in un altro modo facendo qualche semplice calcolo:
Un atleta professionista riesca a correre distanze brevi ad una velocità di 30 km/h (Usain Bolt, primatista mondiale, corre i 100 metri ad una velocità media di 37,587 km/h), quindi una velocità di 20 km/h è una buona media su distanze lunghe.
Ora proviamo ad immaginare che in Tanzania stiano correndo lungo la strada dello sviluppo, proprio alla velocità di 20 km/h.
Questo significherebbe che noi stiamo percorrendo la nostra via di sviluppo passeggiando ad una comoda velocità di 5 km/h.
Questo significherebbe anche che loro ci potrebbero raggiungere in poche ore.
Per esempio se la nostra meta comune fosse Roma, e partissimo tutti da Bologna, al nostro passo ci vorrebbero un’ottantina di ore, più di tre giorni, senza fermarsi mai, mentre i nostri amici tanzaniani in un giorno sarebbero già arrivati e ci aspetterebbero riposandosi .
Ma non partiamo tutti da Bologna.
Infatti il P.I.L. italiano, sempre del 2017, è di 1935 miliardi di dollari, mentre quello della Tanzania è di 52 miliardi di dollari.
Schermata 2018-11-26 alle 11.14.50
Questo significa che se noi partiamo da Bologna per andare a Roma che dista circa 380 km,
Schermata 2018-11-26 alle 11.20.27
loro, invece, in effetti partono da Iringa e dovranno arrivare a Roma passando da Gibilterra,

Schermata 2018-11-26 alle 11.33.24
il che vorrebbe anche dire che se ci riescono, dovrebbero percorrere più di 10.000 km continuando correre a perdifiato per quasi un mese intero e senza mai fermarsi un attimo.

Questa credo sia una riflessione ineludibile ragionando del fatto che paesi in via di sviluppo come la Tanzania, avrebbero al loro interno le risorse per fare sviluppo in autonomia e che non hanno bisogno di aiuto.

Credo però sia altrettanto ineludibile riflettere attentamente ed approfonditamente si tipo di aiuto che noi possiamo offrire loro.

s.c.m.

1

Ancora sulla Multipla del ’98

Poi non ne parlo più, davvero. A meno che non mi ci tiriate voi (e questa è una minaccia ! ;).

Il 49% dei lettori di quello che scrivo qui (un altro 50% è costituito da chi scrive, cioè io … per intenderci) mi ha confessato di essere stato”destabilizzato” dal pensiero che un architetto possa essersi espresso positivamente sul design della Fiat Multipla del ’98.
A beneficio del rimanente 1% di lettori di questo blog (?!) riporto quello che ho argomentato.
Destabilizzare. In generale ritengo che non sia in assoluto sempre negativo.
Mi spiego: destabilizzare senza mai perdere l’equilibrio secondo me è importante per capire se l’immobilismo che a volte utilizziamo per mantenere l’equilibrio non ci abbia in effetti tagliato fuori dal resto del mondo. Ovvero, si può rimanere in equilibrio anche sporgendosi per guardarsi attorno, senza cadere ovviamente e comunque sempre sapendo che spostandosi di un passo l’equilibrio può essere recuperato. Altrimenti si rischia di rimanere immobilizzati nel timore di perdere l’equilibrio.
Nel merito: ammetto che nello specifico non conosco la reale storia del design della prima Fiat Multipla del 1998, ho sentito anche io più volte (in 11 anni di Multipla) la storia che vorrebbe attribuire il tratto più originale del design della Fiat Multipla del ’98 al fatto che i progettisti del muso non essendosi parlati con quelli della coda si sarebbero trovati con un parabrezza altro ed un cofano motore basso e per risolvere il problema si sarebbero inventati il vituperato “salsicciotto”.
Resto convinto che sul piano del design, quello della Multipla del ’98, non sia un esperimento del tutto sbagliato ed abbia un suo valore intrinseco anche se va delimitato ad un oggetto che ha trovato una sua collocazione funzionale in una nicchia di mercato troppo piccola (soprattutto perché la vettura in sé era legata al suo utilizzo a metano, cosa che non può essere considerata separatamente dagli altri aspetti che ne compongono il design di insieme).
La Multipla del ’98 secondo me va giudicata come tentativo unico di ridefinire una particolare categoria di mezzi di trasporto, forse non del tutto riuscito certo, ma pur sempre interessante, va inserita in una categoria estetica che definirei più affine alle carrozze di altri tempi, ad un “cocchio” appunto, un concetto di trasporto diverso da quello comunemente più diffuso in quel periodo (oggi, 20 anni dopo le cose stanno cambiando su entrambi i fronti sia quello dell’oggetto che quello dei fruitori).
Dopodiché il fallimento dell’esperimento Multipla ha ragioni diverse e assai più triviali della questione design, o meglio, è forse proprio dal successivo tentativo di ricondurne forzatamente il design entro categorie più tradizionali di design automobilismo, che ha definitivamente avviato la Multipla, nel suo restyling del 2004, sul viale del suo tramonto.
Proprio quel restyling così banalmente appiattito sulle necessità del marketing, ha trasformato un originale esperimento in una banale ed anonima automobile senza alcun carattere estetico, una sorta di ibrido tra una brutta Bravo prima serie ed un altrettanto brutto Fiorino o Ducato che si voglia. A quel punto le vendite si sono rette solo sull’aspetto della economicità di esercizio, visto che il design aveva perso qualsiasi elemento di originalità e di distinzione, precipitandolo nell’anonimato dei modelli falliti come la Palio o la Duna, utilitarie fallite dal design insignificante, disegnate (come il restyling della Multipla nel 2004) senza alcun entusiasmo evidentemente da tecnici annoiati e demotivati che nulla di più hanno fatto se non svolgere al minimo il compito loro affidato.
Forse quell’esperimento (quello compiuto con il design del ’98 che nulla ha a che fare con quello ibrido ed incoerente del 2004) sarebbe stato comunque destinato a fallire: troppo legato all’utilizzo a metano (distribuito in zone troppo limitate per un mercato già globalizzato).
La Fiat Multipla del ’98 non era nemmeno una utilitaria nel senso compiuto del termine, era infatti certamente molto di più, sia nelle funzionalità che negli spazi messi a disposizione.
Altrettanto certamente era anche affetta da molti inaccettabili difetti che più del design originale ne hanno poi decretato il fallimento, difetti sempre legati alle scelte di marketing della Fiat di quel periodo. I materiali utilizzati erano di pessima qualità, la precisione degli accoppiamenti tipicamente inferiore alla madia del periodo quando i marchi concorrenti sfornavano Automobili tecnicamente giù molto più sofisticate, anche l’ingegnerizzazione e la industrializzazione del prodotto non erano ormai più accettabili in termini di qualità.
Resta il fatto che l’idea di base era molto interessante ed avrebbe meritato di essere sviluppata e a me sarebbe piaciuto vedere come si sarebbe potuta evolvere arrivando fino oggi quando il concreto affacciarsi sul mercato di nuove sensibilità ambientali e necessità economiche differenti introducono un necessario adeguamento anche del design.
Sono convinto che il restyling del 2004 sia stato una delle cause principali del fallimento della Fiat Multipla del ’98, basta guardare la vettura da dietro e poi da davanti, risulterà evidente che si tratta di una “pezza” messa giù in fretta, sulla base di valutazioni superficiali che hanno attribuito al design originale della prima serie le cause di un mancato decollo delle vendite che invece andavano cercate altrove. Il primo design era invece assai coerente, ma si è dato peso a valutazioni estetiche superficiali, addossando la colpa del limitato successo del progetto Multipla al “salsicciotto” solo perché era inusuale e costituiva una particolarità ma che era anche il segno distintivo di una propria originalità.
Ma perché non si poteva guardare ?
Probabilmente proprio perché nessuno aveva mai messo i fari (le lanterne ?) in quella posizione, ovvero costituiva una novità rispetto ai canoni estetici stereotipati dell’automobile come status symbol muscolosa e virile, canoni quindi ovviamente non compatibili e non applicabili all’idea di veicolo che il design originale della Multipla voleva introdurre.
Ora, se qualcun altro si prenderà la briga di leggere queste righe, potrebbe a ragione obiettare sul fatto che in fin dei conti, se i problemi fossero in effetti solo quelli relativi all’antitesi tra automotive design e vehicle design, allora, tutto sommato, andremmo assai bene. Purtroppo la realtà attuale non è tuta qui e abbiamo certamente problemi più seri concreti ed urgenti da affrontare e discutere.
Penso però che tra le cause di questi problemi reali e concreti, ci sia proprio la ormai diffusa incapacità di affrontarli in modo sincero ed “equilibrato” come forse si riesce ancora a fare su temi certamente più leggeri. Temo che si stia perdendo la capacità di riflettere sulle cose importanti ed impegnarsi nell’approfondimento e nella valutazione critica delle informazioni in cui siamo immersi, restando solo legati alla superficie ed agli slogan urlati dal “leader” di turno.
Un saluto e buona giornata a chi è arrivato fino a qui !
Stefano

Elogio della Multipla

Leggo sul sito de Il Sole 24 Ore che la Fiat Multipla, quella entrata in produzione nel 1998, quella con i fari alti inseriti nel “salsicciotto” sotto il parabrezza, si avvia a diventare un ricercato oggetto da collezione.

Io l’ho avuta per 11 anni (a metano) e me la sono goduta fino alla fine. Poi ho dovuto cambiarla e se fosse stata ancora in produzione probabilmente l’avrei anche ripresa. Purtroppo è rimasta unica, coma la sua progenitrice (la 600 multipla), non ci sono alternative, nessuna vettura in produzione dopo la sua uscita dal catalogo Fiat ne ha colto l’eredità.

Si, oggi ci sono molti modelli a metano ma tutti ti costringono a rinunciare a qualcosa: alcuni modelli sacrificano lo spazio nell’abitacolo o nel bagagliaio, altri sacrificano l’autonomia a benzina, e altri non sono automobili ma furgoni anche se ingentiliti.

Parlando di design, secondo me resta un esempio unico di design automobilistico coraggioso e senza compromessi, forse a suo tempo “sfuggito” ai controlli di marketing che selezionano design mainstream secondo le mode del momento oppure prodotti dal design di compromesso che possono intercettare (senza tuttavia mei poterne soddisfare a pieno le esigenze) un pubblico più vasto.

Infatti già il “restyling” della seconda serie nel 2004 ne riconduceva le linee ad un più anonimo aspetto che, secondo me, ne tardiva la filosofia originaria.

E a questo punto molti mi prenderanno per matto, ma in realtà basta uscire dai limiti dell’automotive design per spostarsi nel campo più ampio del vehicle design.

Occorre uscire dai limiti dell’idea stessa di automobile che ci trasciniamo, più o meno correttamente, dal boom economico (più americano che europeo), dal momento cioè che il design automobilistico ha lasciato il periodo pionieristico prebellico, abbandonando i retaggi dei mezzi a trazione animale, per passare a quello industriale postbellico dove è in effetti riuscito ad intercettare ed interpretare tutte le tensioni culturali di una classe media in espansione ed in cerca di simboli in grado di rappresentarne il nuovo status di classe in veloce ascesa sociale.

Lo stereotipo di automobile è tuttora incarnato da grosse berline lussuose più o meno ipertrofiche potenti oltre ogni razionale necessità e più o meno “sportive”.

Su questo terreno il design automobilistico continua a dare il meglio di se, nel bene e nel male, continuando a proporre oggetti di indubbio fascino (anche se a volte di dubbia razionalità)

Tornando alla Multipla del 1998, credo che per poterla giudicare correttamente occorra fare lo sforzo di uscire da questi canoni: la Multipla è più genericamente un “mezzo di trasporto”, un oggetto che consente spostamenti “famigliari” nel senso quasi domestico del termine, non è una automobile fatta per attraversare lo spazio tra due località nel più breve tempo possibile e per essere ammirata in tutta la sua estetica muscolosità, ma un ambiente in movimento il cui focus è orientato al piacere del viaggio, l’attenzione è verso l’interno di questo ambiente e verso gli occupanti.

Dentro la multipla ci si stava bene, anche se i materiali non erano pregiatissimi e nemmeno il comfort di marcia il più eccelso, anzi era affetto da plastiche scadenti e da una certa rumorosità, però viaggiare “nella” Multipla (e non “con la”) era piacevole come stare nel salotto di casa propria, sia in famiglia che con gli amici con anche la possibilità di lasciarsi coinvolgere dalla percezione dell’ambiente che si stava attraversando.

Insomma una carrozza, un “cocchio” dove era piacevole viaggiare in compagnia fatto più per accorgerti del paesaggio che si stava attraversando che non per essere ammirata o sognata nella sua fugace apparizione.

Disegnata, forse inconsapevolmente, per rendere gradevole (in senso più romantico che razionale) lo spostamento più che per essere un affascinate oggetto del desiderio, un oggetto “romantico”, quindi, più che accattivante.

Per questo secondo me la Multipla con il suo “salsicciotto” sul davanti è rimasta unica, e per questo si è meritata di essere stata esposta al Museum of Modern Art di New York nel 1999 nell’ambito della mostra “Different Roads” come esempio delle nuove (allora) tendenze della motorizzazione di massa.

s.c.m.

Nessuno si accorge di nulla ?

è possibile che il sindaco di Riace abbia commesso degli illeciti (che non sono crimini) e NEL CASO ne risponderà, il provvedimento preso dal ministero dell’interno di “trasferire” i migranti é certamente un SOPRUSO.
 
La lega incassa 49 milioni di €uro di contributi elettorali senza alcun diritto (e per me si tratta di un furto) ma può restituire in poco meno di 80 (!?) anni.
 
Stefano Cucchi poteva anche avere problemi (ma erano problemi suoi) ma ciò non autorizza nessun servitore dello stato a picchiarlo fino ad ucciderlo. E nessun politico può permettersi di offendere pubblicamente un parente stretto di una persona uccisa da servitori dello stato trasformatisi in giustizieri, aguzzini ed infine poi assassini e poi pretendere di “scusarsi” (?) in privato !
 
Ei immorale e non eticamente corretto (oltre che ridicolo e assai poco serio) che Ministro dell’Interno di un paese democratico faccia pubbliche esternazioni incontrollate ed incontrollabili ogni giorno utilizzando mezzi di comunicazione non ufficiali ed in modo palesemente superficiale e tendenzioso.
 
Nel momento in cui un cittadino viene eletto ad una carica politica pubblica diventa un rappresentante (e servitore) dello stato e in quello stato DEVE rappresentare tutti i cittadini anche quelli che non lo hanno eletto. NE HA LA RESPONSABILITA’
 
Un ministro delle infrastrutture (al quale certamente non è richiesto di essere onnisciente) non può comunque essere totalmente impreparato ed affrontare in modo colpevolmente superficiale i temi che gli si presentano.
 
Cosa altro deve succedere perché chi non vota per protesta o perché “non trova una parte politica credibile” o più banalmente (e colpevolmente) per pigrizia si renda conto di dove una casse politica di inetti, ignoranti e superficiali ci sta conducendo; cosa deve succedere perché chi ha eletto questi incompetenti arroganti riesca a vedere con obiettività cosa hanno fatto; ma soprattutto cosa deve succedere perché si ricompatti una Opposizione capace di essere concretamente e seriamente tale?